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I Presence nascono negli anni novanta
per volere di tre turnisti molto attivi nell'area napoletana, Sophya
Baccini, voce, Enrico Iglio, polistrumentista e Sergio Casamassima,
chitarrista.
Il loro primo lavoro esce quasi
subito, il mini concept "The shadowing", mentre questo "Evil Rose" è il
loro settimo sigillo, se includiamo anche il lavoro live.
Il gruppo si è proposto fin dalla
formazione di ridare lustro al rock progressive degli anni settanta,
attraverso anche una cura del sound e una ricerca quasi maniacale
della perfezione.
Perfezione che possiamo apprezzare in
questo loro ultimo gioiello musicale, lavoro che esce fuori dal filone
tracciato con i precedenti lavori, abbandonando i suoni cupi verso
sonorità più rock, il tutto sempre su una base progressive italiano di
chiara matrice anni settanta.
Lavoro che pur cercando sonorità più
"semplici" (leggi rock) non cade mai nel commerciale, anzi presenta
alcuni brani di difficile assimilazione ad un primo ascolto, difficoltà
che nasce anche dal fatto che non possiamo considerare "Evil rose" un
lavoro composto da nove brani, ma lo dobbiamo considerare come un libro
o un opera composta da nove capitoli indivisibili.
Nessuno ci vieta di ascoltare prima il
brano "Funebre dea" (il quinto) e poi "Cassandra" (il secondo) ma
perderemo tutto quel fascino proprio dello scorrere della "storia", la
sua logica sequenzialità. E anche perché i primi tre brani si snodano in
un arco della giornata che va dalle 11.00 PM alle 00.16 AM.
Oltre alle tastiere che per tutto il
lavoro tracciano il solco nel quale si espanderà "Evil rose", voglio
citare il pregevole lavoro alle chitarre di Sergio Casamassima e la voce
dolce e sensuale ma allo stesso tempo pungente di Sophya Baccini,
ascoltate il brano "No reason why" e mi darete ragione.
I brani che compongono il lavoro sono
tutti su ottimi livelli, il maestoso "Prologue" dove l'apertura di una
porta ci introdurrà in "Cassandra" , qui troveremo un interpretazione
sofferta di Sophya e pregevoli assoli di Sergio su accattivanti fraseggi
di tastiera e una sezione ritmica "cattiva" ma mai invadente.
"Evil rose" è diviso in cinque parti,
un mini concept su l'amore tra due amanti sviluppato in tempo reale
(l'arco della giornata di cui parlavamo prima). Gabbiani e navi in
lontananza, rumore di onde e risate apriranno questo gioiello, finche la
dolce voce di Sophya ci metterà i brividi addosso, indescrivibile
l'effetto che potrà avere su di noi il suo canto, prestazione canora che
arriverà a sfiorare parti da soprano.
Una prima parte che lascerà spazio ad
un canto che sembra provenire da una vecchia radio, di nuovo la voce di
Sophya e poi l'esplosione maestosa di sonorità progressive, quasi
incontrollate su cui batteria e tastiere si rincorrono e gareggiano in
qualcosa di unico.
Di nuovo un cambio di tempo, atmosfere
più dolci ma allo stesso tempo più cupe, di nuovo grandi momenti
progressive e di nuovo la voce ammaliante di Sophya...un susseguirsi di
emozioni lunghe diciotto minuti.
Brano che sopratutto nelle parti di
tastiere mi ha ricordato qualcosa degli Emerson, Lake & Palmer, tra cui
il brano "Tank".
"Subterreans" viaggia su territori più
rock, con la sezione ritmica in evidenza e un altra grandissima prova di
Sophya. La successiva "Funebre Dea", è un brano strumentale, con un
inizio ossessivo, cupo, quasi gotico su cui trova facile gioco la
batteria nel ripetere quasi all'infinito lo stesso tempo. Alcuni testi
antologici citano la funebre Dea de' Romani come la Dea Libitina,
divinità mitologica che presiedeva ai funerali.
"The prophet's song" è un brano
scritto originariamente da Brian May e che fu pubblicato dai Queen
nell'album "A night at the opera" del 1975, ed è il brano più lungo
scritto dal gruppo inglese. I Presence riescono ad adattare il brano al
loro genere, anche se si sente che le parti di chitarra sono state
scritte da uno come Brian May, infatti hanno quel sapore heavy, cosi
come l'incedere del brano e la sua sezione ritmica. Brano decisamente
più heavy rock e che spezza l'armonia melodica fin'ora creata. Comunque
un grandissimo brano. Superlativa la prova del gruppo in questa
reinterpretazione.
Di "No reason why" avevamo già detto
qualcosa riguardo la prestazione vocale di Sophya, a livello musicale lo
possiamo collocare tra le ballad, un delicato momento musicale, da
brividi.
Altro brano e altra sorpresa, questa
volta sono chiamati in causa i Rainbow ed esattamente un brano scritto
da sua maestà Ritchie Blackmore, pubblicato in "Long live rock’n’roll"
del 1978, "Gates of Babylon". Devo dire che la prova vocale di Sophya
Baccini non fa rimpiangere quella di Ronnie James Dio all'epoca della
pubblicazione. Energia allo stato puro per un gruppo, quello dei
Presence, che non finisce di stupire.
Il lavoro si chiude con "Orphic",
brano molto intenso, che scivola tra sonorità differenti tra di loro
come jazz, blues e classica ma splendidamente amalgamate dal gruppo,
sonorità su cui troviamo una maestosa prestazione di Sophya.
Che dire, non ci sono parole per
descrivere questo capolavoro, un opera unica fatta di musica e parole,
non legata a nessun genere preciso, ma libera di volare tra il
progressive e l'heavy, tra il jazz e il rock, il tutto senza cadute di
stile ma sempre ad altissimi livelli.
Un gruppo che ha fatto della musica la
sua ragione di vita, capace di spaziare con una facilità disarmante tra
i vari generi, dei veri professionisti, un onore per la musica italiana
avere tra le proprie file personaggi del genere.
Complimenti ai Presence e alla Black
Widow per l'ennesimo "gioiello" nella sua produzione.
Da avere assolutamente. |