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All'epoca non si aspettava tanto tempo tra un buon lavoro e l’altro e i
Judas Priest nonostante il soddisfacente Sad Wings of destiny, in un
anno ci sfornano un altro lavoro Sin after Sin.
Non fu un impresa semplice quella di uscire dal precedente lavoro, e la
critica adesso si aspettava il massimo da loro, probabilmente per questo
questo album verrà dimenticato e a torto, perché sebbene non raggiunga
le alte vette di Sad wings of destiny, conferma un ottimo gruppo e
inizia a tracciare la strada all’ heavy metal.
Il concept come al solito è confuso e non diretto, molti fanno risalire
sia questo che il precedente album con una crisi spirituale del cantante
Halford altri vedono le liriche impegnate in opposizione alle critiche
che avevano stroncato la loro prima uscita Rocka rolla.
Al
di la delle interpretazioni Sin after sin è più potente del precedente e
presenta pezzi ancora proposti nei live.
Sinner è l’inizio del lavoro che cambia il volto del gruppo, definendo
nettamente l’orientamento alla musica dura del tempo, un pezzo che
sembrerebbe molto diretto e invece ha una valenza anche a livello
artistico con i buoni assoli e le varie parti ritmiche. Buoni anche i
più movimentati Starbreaker e Call for the priest che però seguono un
andamento più hard rock che nella precedente.
Sono molti invece i pezzi riflessivi e lenti, a partire dalla cover
Diamonds and rust che per molti rimane la miglior interpretazione del
pezzo, segue una classica ballata Last rose of summer; mentre ha del
geniale Here come the tears, con la sua struttura irregolare e la sua
malinconia danno un tono davvero depressivo al gruppo, che sembra
seguire la parte centrale di Victim of changes. Una buona chiusura con
Dissident aggressor che è il pezzo più veloce e tagliente dell’album.
Il lavoro non è perfetto come il precedente ma comunque presenta pezzi
molto diretti e altri impegnati sia musicalmente che liricamente, un
album che va ricordato nella scalata di un gruppo che avrebbe dato
ancora tantissimo alla musica. |
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