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Rimischiano un po' le carte in tavola gli Iron Savior, che annoverano
temporaneamente Dan Zimmermann alla batteria, un tastierista e Sielk per
concentrarsi di più sulla voce e sulla chitarra lascia lo spazio a
Eckert al basso.
Il nuovo progetto è decisamente ben fatto, tuttavia il suono degli Iron
Savior non si evolve, come avviene invece per i Gamma Ray, e rimane
ancora legatissimo a quella grande opera che era stata Somewhere out in
space dei Gamma Ray, che sembra essere perciò il punto di partenza di
qualsiasi album power con tematiche spaziali.
Il sound di Sielk inoltre nonostante i cori e le tematiche spaziali
rimane molto heavy come si può notare in pezzi come Eye to eye che oltre
ai riff molto quadrati propongono appunto ritornelli molto semplici.
Detti i difetti dell’album passiamo alla grande proposta che in realtà
cela e non perché di parte ma almeno il 70% delle buone proposte vengono
dai pezzi scritti da Hansen a partire da Deadly sleep in cui canta
anche, un pezzo decisamente ottimo e che sembrerebbe venire proprio da
un album dei Gamma Ray.
Diciamo che questa volta Hansen non risparmia le buone composizioni per
il suo gruppo e quindi mette anche un’ottima Forevermore, la malinconica
ballata quasi sul finale dell’album che è tra i pezzi migliori del
lavori e dove con la voce arriva laddove Sielk non potrebbe mai
arrivare.
Oltre i grandi pezzi di Hansen, anche il primo cantante del gruppo ci
propone del suo con The battle prima (con la presenza di Uwe Lulis), un
pezzo decisamente epico e se il gruppo sapesse fare sempre così non ci
sarebbe da obbiettare, con Unchained poi, un pezzo decisamente power e
di buon umore, anche questo ottimo.
Ricordiamo inoltre sul finale alcune cover a riempire un album che in
realtà è già colmo di buon materiale, un buon passo per questo gruppo ma
ancora troppo legato al passato e senza colpi di scena. |
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