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E’
un grande periodo questo per i Grave Digger e uno dei rari momenti in
cui il gruppo non vede cambi di formazione che si ripresenta quindi dopo
il grande successo di Knight of the cross di un anno prima.
Continuano le vicende medioevali, ma questa volta non abbiamo i templari
ma il ciclo bretone e i guerrieri di Re Artù resi alla perfezione dalle
liriche di Boltendahl che come al solito traccia con i vari pezzi i
momenti fondamentali della storia senza perdersi in introduzioni e
intermezzi narrativi che gli amanti dell’ heavy poco amano.
In realtà il gruppo gode anche in questa fase dell’ottimo Uwe Lulis, un
chitarrista che coglieva alla perfezione l’eredità dei fondatori dei
Grave Digger ma che ci mette del suo con i riff come al solito semplici
ma fortemente incisive degli assoli invece tecnicissimi.
La prima parte dell’album è fenomenale e contiene pezzi di grande
maestosità come Pendragon ed Excalibur, che iniziano subito con grande
impatto con la presenza anche dei cori nel ritornello ed una durata
relativamente breve.
Mentre con The round table abbiamo già un pezzo più costruito e di
grande impatto anche questo che vede la grande esecuzione come al solito
del cantante, appoggiato benissimo da tutta la band.
Sempre di seguito Morgane le fay è un pezzo straordinario in cui
Boltendahl varia tra cantato pulito e sporco, in base ai riff di Lulis,
anche qui abbiamo un pezzo che diverrà richiestissimo in qualsiasi live
del gruppo tedesco.
Ma la vera ballata si fa attendere sul finale, nel momento in cui la
narrazione arriva alla morte di Artù, Emerald eyes è un pezzo
inaspettatamente lento e malinconico e sebbene la sua semplicità è
ottimo e non può che iniziare prima di Avalon un ottima chiusura
dell’album.
Si tratta di una delle uscite di maggior successo del gruppo che vede
solo nella parte centrale qualche momento ripetuto, forse anche per
esigenza narrativa, ma che per il resto resta una delle grandi perle
dell’ heavy metal. |
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