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ARTISTA/BAND:

ARPIA

RISPONDE: LEONARDO
INTERVISTA DEL: 12/01/2007
INTERVISTATORE: Gi.Bi.
SITO WEB: http://www.arpia.info/

INTERVISTA

Metal Zone ha l’onore di intervistare un gruppo straordinario del panorama musicale italiano, gli Arpia. Salve volete presentavi ai nostri lettori e raccontarci qualcosa di voi.
Arpia è nata nel 1984, e l’occasione è stata in parte casuale, più precisamente un concerto per la festa di Carnevale. Da uno scherzo, dunque, è nato tutto: nel giro di un anno già avevamo composto brani originali dopo una lunga discussione orientativa su quello che volevamo fare. Ecco, questo è stato chiaro fin da subito: non avevamo per nulla intenzione di scimmiottare gruppi famosi né tantomeno di tentare un fantomatico successo, anzi devo dire che avendo come unico obiettivo la libera espressione di noi stessi, non avevamo nessuna speranza di poter “pubblicare” un qualche nostro lavoro. La nostra intenzione agli inizi era semplicemente di dare voce a ciò che spontaneamente scoprivamo dentro di noi e per fare questo parlavamo, ci riunivamo, suonavamo, senza che ci fosse soluzione di continuità: così nasce delusioni, prodotto impregnato di filosofia, con un po’ di nichilismo, esistenzialismo, molta letteratura decadente impiantati su una musica dalle tonalità oscure e dai ritmi fortemente cadenzati. Esce in cassetta nel 1987 solo per l’incoraggiamento e lo stimolo costante di chi ci stava vicino e che riteneva meritasse di essere pubblicato.
Dopo un anno (1988) esce già Resurrezione e Metamorfosi frutto di un progetto ambizioso, una lunghissima suite (dura più di 40 minuti) su un testo ermetico ed onirico che si sviluppa in un divenire continuo, in stretta relazione con le strutture musicali. Dal vivo nel frattempo iniziano sperimentazioni teatrali, per cui tentiamo a più riprese di superare il modello classico del concerto, per approdare a spettacoli che prevedono l’intervento di attori, scenografie, mimi.
Il lirismo assoluto di Resurrezione non poteva a questo punto avere altre tappe evolutive, quindi la fase successiva, di transizione verso suoni più diretti e testi più aderenti al reale, si sviluppa in un lavoro molto più breve dal titolo Bianco Zero (1990).
Subito dopo esce il primo disco, un EP 33 giri in vinile con soli due brani, Idolo e Crine e Ragazzo Rosso per la BTT RECORDS. Quest’ultimo brano sarà pubblicato nel 1995 anche nel primo CD per l’etichetta PICK UP RECORDS dal titolo Liberazione. Questa fase è contrassegnata dall’introduzione dei sinth e dal conseguente cambiamento dei rapporti tra utilizzo dei riff e strutture armoniche. Liberazione è un concept imperniato sulla ricostruzione di un periodo storico ben preciso: gli anni che vanno dalla lotta partigiana alla fine della Prima Repubblica. Il tutto non è visto nell’ottica della storia ufficiale, ma attraverso le vicende delle persone comuni che sono state spettatrici o che per un caso fortuito sono sfuggite ad uno di questi appuntamenti con la Storia.
Negli ultimi anni l’evoluzione verso soluzioni ritmiche e sonorità più istintive e meno rarefatte porta ad un allargamento del gruppo con collaborazioni che vedono l’intervento di Paola Feraiorni alla voce e di Tonino De Sisinno alle percussioni. Nel contempo il lavoro del gruppo si incentra su un allargamento delle basi armoniche delle composizioni, con un utilizzo più libero degli intrecci tra chitarre, sinth e voci. Il risultato di tutto questo si concretizza con l’uscita recentissima di Terramare per LIZARD RECORDS e ANDROMEDA RELIX.
Un saluto a Metal Zone e a tutti i suoi lettori. Parlare di noi non è mai facile, comunque possiamo dire che siamo un gruppo romano nato nel febbraio del 1984 e che ha, sin dall’inizio, fatto una scelta musicale abbastanza radicale cercando in ogni circostanza di privilegiare la libertà espressiva all’ansia – tutta moderna – di comunicazione. Questo credo sia un aspetto centrale del nostro progetto e che ci rende così diversi dal panorama underground italiano. Il segreto è sempre quello del gioco, risiede nel mistero del gioco. La creatività possiede questi elementi legati all’apprendimento di tecniche e all’applicazione di regole “compositive” che costruisono o aiutano a costruire un mondo. Chi rinuncia al gioco combinatorio degli elementi rinuncia all’esperienza artistica. In questo non c’è nulla di intellettualistico o di cerebrale. Semmai il contrario. Insomma credo che l’aspetto più interessante riseda sempre nell’atto creativo. E’ lì che ci si diverte, davvero. Il live è invece di solito molto stressante perché sempre legato alle contingenze e alla ricerca miracolosa del contesto

Voi siete attivi dal 1984, ma con all’attivo soltanto due CD ufficiali usciti a distanza di circa dieci anni uno dall’altro, come mai questa scelta, sembra quasi che affrontiate un lungo percorso compositivo che trovi il suo termine solo dopo diversi anni di gestazione?
In questi dieci anni sono successe molte cose, iniziati progetti, tentate collaborazioni con musicisti diversi, suonato dal vivo e composta molta musica. Diciamo che sono stati dieci anni in cui abbiamo cercato di non ripeterci e di maturare una crisi compositiva che si andava sposando ad un periodo particolarmente critico per chi, come noi, tentava di coltivare in piena libertà la propria ansia creativa.

Nel 1988 avete realizzato una composizione “Resurrezione e Metamorfosi” della durata di 40 minuti, finiti l’epoca dei brani fiume?
Non credo che si possa decretare la fine di future sperimentazioni in tal senso. Diciamo che nell’ultima fase abbiamo preferito concentrarci su misure più brevi perché dovevamo dare corpo a una scelta stilistica tesa a utilizzare gli elementi più deteriori della musica commerciale, cercare di farli reagire all’interno di un contenitore “piccolo”. Però la nostra ricerca di questi mesi si sta appuntando anche su composizioni più lunghe, tese a condensare insieme gli elementi narrativi e lirici di un progetto a cui stiamo lavorando.

Quanto c’è del progressive anni settanta, tipo gruppi Locanda delle Fate, Biglietto per l’Inferno e Museo Rosenbach, solo per citarne alcuni, nella vostra musica, ma soprattutto nella vostra cultura musicale.
Devo dire che non conosciamo bene la musica italiana anni settanta, anche se sono certo che le influenze di quel periodo, in senso largo, si fanno sentire nella nostra musica. In particolare conosciamo meglio Museo Rosenbach e Biglietto per l’Inferno mentre molto poco di gruppi come Locanda delle Fate. Certo è che tutto ciò che ha sedimentato nella cultura musicale è arrivato fino a noi e molte analogie con quel periodo sono da ricondurre forse anche ad un tentativo comune (nostro e dei gruppi seventies) di operare una ricerca in campo musicale che si allontanasse dagli stereotipi più convenzionali e tentasse strade a volte più difficili.

Che altri gruppi o generi musicali, oltre quelli progressive, vi hanno ispirato o influenzato maggiormente?
Devo dire che il genere che più ci ha influenzati è stato il metal degli anni ottanta, anche se filtrato sempre da una consapevolezza critica dei suoi limiti intrinseci. I gruppi più importanti sono stati i Maiden dei primi due dischi (Iron Maiden e Killers) e i Metallica fino a …and justice for all.

Altra domanda che riguarda la vostra storia, spettacoli live con attori e mimi, una sperimentazione ormai abbandonata o c’è possibilità che venga riutilizzata?
Proprio in questo momento stiamo allestendo uno spettacolo a metà tra il concerto e il teatro, con l’intervento di attori in funzione recitativa e mimica. Siamo molto coinvolti da questa sperimentazione che si lega anche a vari tentativi di collaborazione con altri artisti, come Ettore Frani, l’autore delle opere che abbiamo utilizzato per il libretto del nostro CD e Maria Pizzi, video artista che sta lavorando al video per Monsieur Verdoux.
Lo spettacolo a cui tendiamo è una fusione tra varie esperienze artistiche, in cui sia presente la possibilità per lo spettatore di fruire della musica, dell’arte figurativa, del teatro e dove tutto questo lavori in modo non separato o slegato, ma mantenga una direzione comune e sintetica.

Torniamo al presente, parlateci del vostro ultimo lavoro “Terramare” come nasce il concept del lavoro e perché la scelta di testi tratti da scritti e poesie medievali e rinascimentali? Musica come cultura, non vi sembra di andare controcorrente, sapete bene che in Italia la musica non è considerata cultura?
Terramare è un disco sull’Eros, sul “contrasto” come forma dell’eros, su un percorso che mette a confronto le modalità “storiche” dell’eros a partire dal medioevo delle nostre origini, delle nostre origini linguistiche, intendo. Per operare all’interno di questo schema era necessario ricorrere, appunto, alla “fonte” linguistica con intrusioni disorganiche più o meno marcate. E questo per esprimere lo spostamento avvenuto nel corso dei secoli da un Eros popolare e sanguigno, che prevedeva il teatro del contrasto come il contesto più adatto per esorcizzare la sessualità, a quello della compulsiva – e contrastata – pendolarità tra bulimia sessuale e autopunizione dei nostri tempi. Brani come Metrò sono l’espressione di questo nostro eros postmoderno.

E’ la prima volta che utilizzate, in un vostro lavoro, la doppia voce maschile e femminile, proseguirete in questo tipo di sperimentazione?
Credo proprio di sì. Anche il progetto che abbiamo in campo e a cui stiamo lavorando ora prevede la partecipazione della bravissima Paola, cantante dalle doti vocali e interpretative indiscutibili. Devo dire poi che la polarità femminile in Arpia esplora dimensioni inaspettate e profonde a cui non vorremmo rinunciare.

Voglio farvi i complimenti per “Terramare”, ma voglio fare soprattutto i complimenti a Fabio Brait per il modo di suonare la chitarra, mai invasivo anzi quasi “timido” è un suo modo normale di suonare o è una scelta per questo lavoro?
Fabio ha un’impronta musicale composita e ha molte possibilità espressive ma, in Arpia, lavora ad un progetto e cerca di utilizzare le sue qualità al meglio per costruire un affresco sonoro il più possibile coerente. In questo senso ha lavorato, come sempre d’altronde, consapevole dell’importanza del suo contributo nell’economia generale di Terramare.
Grazie comunque per i complimenti che saranno sicuramente graditi al nostro chitarrista.

Come nasce un vostro brano, lavoro di squadra? E cosa vi ispira di più nella stesura dei testi?
In generale si parte da qualche idea musicale che prende corpo insieme a versi staccati, senza nessi troppo evidenti. La struttura del brano prende corpo quindi attraverso una fase di gestazione abbastanza lunga. Questa fase viene svolta fondamentalmente da me, sia dal punto di vista musicale che dei testi. Poi inizia il vero e proprio lavoro di confronto e di costruzione che nasce spontaneamente durante le prove, momento importantissimo e che sfruttiamo al meglio proprio per l’affiatamento che abbiamo raggiunto suonando da venti anni insieme.
In generale l’aspetto compositivo è sempre problematico e, al tempo, coinvolgente. Ritengo che in assoluto sia il momento più importante e gratificante dell’intero processo creativo.

Gli Arpia e la dimensione live, come vi trovate in concerto?
In concerto abbiamo spesso optato per varie formule che facessero interagire il momento musicale con quello visivo. Nell’ultima fase abbiamo però riscoperto la forma concerto pura e abbiamo sperimentato questa dimensione per un paio di anni proprio in coincidenza con l’apertura del gruppo alle collaborazioni esterne. Questo è stato fondamentale per dare linfa e nutrimento in una fase critica e di ripiegamento.

Come giudicate la scena musicale romana e quella italiana in generale?
Non posso dare una risposta attendibile. Posso dire di non conoscere la musica italiana in modo adeguato. Siamo un gruppo molto chiuso al proprio interno e – per pigrizia o per timidezza – non abbiamo frequentato in modo assiduo la scena musicale romana. Quello che però avverto è un certo risveglio del valore creativo e “artistico” della musica, con una tendenza più generale a riscoprire la storia italiana del rock a partire dal discrimine e il crogiolo degli anni Settanta. Tutto ciò non può che farmi piacere, non per un attaccamento fideistico a quegli anni e alle loro forme musicali, ma perché quello è stato – effettivamente – l’ultimo periodo di ricerca e di sperimentazione all’interno della musica rock o pop.

Siete attivi dal 1984, quindi siete passati attraverso oltre venti anni di musica, differenze sostanziali tra gli anni ottanta ed oggi?
Ricordo essenzialmente che gli anni Ottanta sono stati anni di coda del movimento di cui eravamo orfani. Ancora si tentava di arginare un fenomeno ormai inarrestabile che dal “disimpegno” partiva per distruggere tutti gli stadi raggiunti dalla ricerca seventies. In quel periodo eravamo più presenti nel panorama romano e la solidarietà e collaborazione tra le varie band e le radio che resistevano dando ancora supporto ai tentativi creativi originali mantenevano un circuito valido e positivo. Ai concerti si andava per ascoltare le nuove proposte di chi suonava nelle cantine e c’era spazio per tutti. Dall’85 in poi le cose sono notevolmente peggiorate fino ad arrivare allo sfacelo dei Novanta in cui hanno fatto la loro comparsa i network, le cover band e i tributi (un tributo alla morte creativa, mi sembra).

Il vostro disco è distribuito dalla Andromeda Relix, come è lavorare con quel "genio" di Gianni Della Cioppa?
Gianni Della Cioppa lo abbiamo conosciuto nella seconda metà degli anni Ottanta in un giro di interviste che facemmo tra il Veneto la Lombardia per la promozione di Resurrezione e Metamorfosi, lavoro a cui è ancora molto affezionato. E’ sempre stato una fucina di idee e un amico che non molla mai.
Di persone come lui c’è veramente tanto bisogno per cercare di dare spazio alle realtà più vive della musica italiana.

Progetti per il futuro, altri dieci anni per un nuovo lavoro?
No, decisamente. Credo proprio che entro il 2007 faremo uscire un altro lavoro e spero proprio di poter continuare a lavorare sia con Gianni che con la persona che ha più creduto in noi in tutti questi anni: Loris Furlan della Lizard.

Nel ringraziarvi per la cortese disponibilità e facendovi ancora i complimenti per la vostra ultima fatica, lascio a voi la conclusione dell’intervista.
I ringraziamenti vanno a te e alla redazione di Metal-Zone per la sensibilità e lo spazio che avete voluto darci, spazio che è molto importante per un gruppo “difficile” come il nostro. Un saluto inoltre a tutti i lettori di Metal-Zone sperando di poterci incontrare in occasione di qualche nostro concerto in giro per l’Italia.

 
     
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