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Metal Zone ha l’onore di intervistare un gruppo
straordinario del panorama musicale italiano, gli Arpia. Salve volete
presentavi ai nostri lettori e raccontarci qualcosa di voi.
Arpia è nata nel 1984, e l’occasione è stata in parte casuale, più
precisamente un concerto per la festa di Carnevale. Da uno scherzo,
dunque, è nato tutto: nel giro di un anno già avevamo composto brani
originali dopo una lunga discussione orientativa su quello che volevamo
fare. Ecco, questo è stato chiaro fin da subito: non avevamo per nulla
intenzione di scimmiottare gruppi famosi né tantomeno di tentare un
fantomatico successo, anzi devo dire che avendo come unico obiettivo la
libera espressione di noi stessi, non avevamo nessuna speranza di poter
“pubblicare” un qualche nostro lavoro. La nostra intenzione agli inizi
era semplicemente di dare voce a ciò che spontaneamente scoprivamo
dentro di noi e per fare questo parlavamo, ci riunivamo, suonavamo,
senza che ci fosse soluzione di continuità: così nasce delusioni,
prodotto impregnato di filosofia, con un po’ di nichilismo,
esistenzialismo, molta letteratura decadente impiantati su una musica
dalle tonalità oscure e dai ritmi fortemente cadenzati. Esce in cassetta
nel 1987 solo per l’incoraggiamento e lo stimolo costante di chi ci
stava vicino e che riteneva meritasse di essere pubblicato.
Dopo un anno (1988) esce già Resurrezione e Metamorfosi frutto di un
progetto ambizioso, una lunghissima suite (dura più di 40 minuti) su un
testo ermetico ed onirico che si sviluppa in un divenire continuo, in
stretta relazione con le strutture musicali. Dal vivo nel frattempo
iniziano sperimentazioni teatrali, per cui tentiamo a più riprese di
superare il modello classico del concerto, per approdare a spettacoli
che prevedono l’intervento di attori, scenografie, mimi.
Il lirismo assoluto di Resurrezione non poteva a questo punto avere
altre tappe evolutive, quindi la fase successiva, di transizione verso
suoni più diretti e testi più aderenti al reale, si sviluppa in un
lavoro molto più breve dal titolo Bianco Zero (1990).
Subito dopo esce il primo disco, un EP 33 giri in vinile con soli due
brani, Idolo e Crine e Ragazzo Rosso per la BTT RECORDS. Quest’ultimo
brano sarà pubblicato nel 1995 anche nel primo CD per l’etichetta PICK
UP RECORDS dal titolo Liberazione. Questa fase è contrassegnata
dall’introduzione dei sinth e dal conseguente cambiamento dei rapporti
tra utilizzo dei riff e strutture armoniche. Liberazione è un concept
imperniato sulla ricostruzione di un periodo storico ben preciso: gli
anni che vanno dalla lotta partigiana alla fine della Prima Repubblica.
Il tutto non è visto nell’ottica della storia ufficiale, ma attraverso
le vicende delle persone comuni che sono state spettatrici o che per un
caso fortuito sono sfuggite ad uno di questi appuntamenti con la Storia.
Negli ultimi anni l’evoluzione verso soluzioni ritmiche e sonorità più
istintive e meno rarefatte porta ad un allargamento del gruppo con
collaborazioni che vedono l’intervento di Paola Feraiorni alla voce e di
Tonino De Sisinno alle percussioni. Nel contempo il lavoro del gruppo si
incentra su un allargamento delle basi armoniche delle composizioni, con
un utilizzo più libero degli intrecci tra chitarre, sinth e voci. Il
risultato di tutto questo si concretizza con l’uscita recentissima di
Terramare per LIZARD RECORDS e ANDROMEDA RELIX.
Un saluto a Metal Zone e a tutti i suoi lettori. Parlare di noi non è
mai facile, comunque possiamo dire che siamo un gruppo romano nato nel
febbraio del 1984 e che ha, sin dall’inizio, fatto una scelta musicale
abbastanza radicale cercando in ogni circostanza di privilegiare la
libertà espressiva all’ansia – tutta moderna – di comunicazione. Questo
credo sia un aspetto centrale del nostro progetto e che ci rende così
diversi dal panorama underground italiano. Il segreto è sempre quello
del gioco, risiede nel mistero del gioco. La creatività possiede questi
elementi legati all’apprendimento di tecniche e all’applicazione di
regole “compositive” che costruisono o aiutano a costruire un mondo. Chi
rinuncia al gioco combinatorio degli elementi rinuncia all’esperienza
artistica. In questo non c’è nulla di intellettualistico o di cerebrale.
Semmai il contrario. Insomma credo che l’aspetto più interessante riseda
sempre nell’atto creativo. E’ lì che ci si diverte, davvero. Il live è
invece di solito molto stressante perché sempre legato alle contingenze
e alla ricerca miracolosa del contesto
Voi siete attivi dal 1984, ma con all’attivo soltanto due CD
ufficiali usciti a distanza di circa dieci anni uno dall’altro, come mai
questa scelta, sembra quasi che affrontiate un lungo percorso
compositivo che trovi il suo termine solo dopo diversi anni di
gestazione?
In questi dieci anni sono successe molte cose, iniziati progetti,
tentate collaborazioni con musicisti diversi, suonato dal vivo e
composta molta musica. Diciamo che sono stati dieci anni in cui abbiamo
cercato di non ripeterci e di maturare una crisi compositiva che si
andava sposando ad un periodo particolarmente critico per chi, come noi,
tentava di coltivare in piena libertà la propria ansia creativa.
Nel 1988 avete realizzato una composizione “Resurrezione e
Metamorfosi” della durata di 40 minuti, finiti l’epoca dei brani fiume?
Non credo che si possa decretare la fine di future sperimentazioni in
tal senso. Diciamo che nell’ultima fase abbiamo preferito concentrarci
su misure più brevi perché dovevamo dare corpo a una scelta stilistica
tesa a utilizzare gli elementi più deteriori della musica commerciale,
cercare di farli reagire all’interno di un contenitore “piccolo”. Però
la nostra ricerca di questi mesi si sta appuntando anche su composizioni
più lunghe, tese a condensare insieme gli elementi narrativi e lirici di
un progetto a cui stiamo lavorando.

Quanto c’è del
progressive anni settanta, tipo gruppi Locanda delle Fate, Biglietto per
l’Inferno e Museo Rosenbach, solo per citarne alcuni, nella vostra
musica, ma soprattutto nella vostra cultura musicale.
Devo dire che non conosciamo bene la musica italiana anni settanta,
anche se sono certo che le influenze di quel periodo, in senso largo, si
fanno sentire nella nostra musica. In particolare conosciamo meglio
Museo Rosenbach e Biglietto per l’Inferno mentre molto poco di gruppi
come Locanda delle Fate. Certo è che tutto ciò che ha sedimentato nella
cultura musicale è arrivato fino a noi e molte analogie con quel periodo
sono da ricondurre forse anche ad un tentativo comune (nostro e dei
gruppi seventies) di operare una ricerca in campo musicale che si
allontanasse dagli stereotipi più convenzionali e tentasse strade a
volte più difficili.
Che altri gruppi o generi musicali, oltre quelli progressive, vi
hanno ispirato o influenzato maggiormente?
Devo dire che il genere che più ci ha influenzati è stato il metal degli
anni ottanta, anche se filtrato sempre da una consapevolezza critica dei
suoi limiti intrinseci. I gruppi più importanti sono stati i Maiden dei
primi due dischi (Iron Maiden e Killers) e i Metallica fino a …and
justice for all.
Altra domanda che riguarda la vostra storia, spettacoli live con
attori e mimi, una sperimentazione ormai abbandonata o c’è possibilità
che venga riutilizzata?
Proprio in questo momento stiamo allestendo uno spettacolo a metà tra il
concerto e il teatro, con l’intervento di attori in funzione recitativa
e mimica. Siamo molto coinvolti da questa sperimentazione che si lega
anche a vari tentativi di collaborazione con altri artisti, come Ettore
Frani, l’autore delle opere che abbiamo utilizzato per il libretto del
nostro CD e Maria Pizzi, video artista che sta lavorando al video per
Monsieur Verdoux.
Lo spettacolo a cui tendiamo è una fusione tra varie esperienze
artistiche, in cui sia presente la possibilità per lo spettatore di
fruire della musica, dell’arte figurativa, del teatro e dove tutto
questo lavori in modo non separato o slegato, ma mantenga una direzione
comune e sintetica.
Torniamo al presente, parlateci del vostro ultimo lavoro “Terramare”
come nasce il concept del lavoro e perché la scelta di testi tratti da
scritti e poesie medievali e rinascimentali? Musica come cultura, non vi
sembra di andare controcorrente, sapete bene che in Italia la musica non
è considerata cultura?
Terramare è un disco sull’Eros, sul “contrasto” come forma dell’eros, su
un percorso che mette a confronto le modalità “storiche” dell’eros a
partire dal medioevo delle nostre origini, delle nostre origini
linguistiche, intendo. Per operare all’interno di questo schema era
necessario ricorrere, appunto, alla “fonte” linguistica con intrusioni
disorganiche più o meno marcate. E questo per esprimere lo spostamento
avvenuto nel corso dei secoli da un Eros popolare e sanguigno, che
prevedeva il teatro del contrasto come il contesto più adatto per
esorcizzare la sessualità, a quello della compulsiva – e contrastata –
pendolarità tra bulimia sessuale e autopunizione dei nostri tempi. Brani
come Metrò sono l’espressione di questo nostro eros postmoderno.
E’ la prima volta che utilizzate, in un vostro lavoro, la doppia voce
maschile e femminile, proseguirete in questo tipo di sperimentazione?
Credo proprio di sì. Anche il progetto che abbiamo in campo e a cui
stiamo lavorando ora prevede la partecipazione della bravissima Paola,
cantante dalle doti vocali e interpretative indiscutibili. Devo dire poi
che la polarità femminile in Arpia esplora dimensioni inaspettate e
profonde a cui non vorremmo rinunciare.
Voglio farvi i complimenti per “Terramare”, ma voglio fare
soprattutto i complimenti a Fabio Brait per il modo di suonare la
chitarra, mai invasivo anzi quasi “timido” è un suo modo normale di
suonare o è una scelta per questo lavoro?
Fabio ha un’impronta musicale composita e ha molte possibilità
espressive ma, in Arpia, lavora ad un progetto e cerca di utilizzare le
sue qualità al meglio per costruire un affresco sonoro il più possibile
coerente. In questo senso ha lavorato, come sempre d’altronde,
consapevole dell’importanza del suo contributo nell’economia generale di
Terramare.
Grazie comunque per i complimenti che saranno sicuramente graditi al
nostro chitarrista.
Come nasce un vostro brano, lavoro di squadra? E cosa vi ispira di
più nella stesura dei testi?
In generale si parte da qualche idea musicale che prende corpo insieme a
versi staccati, senza nessi troppo evidenti. La struttura del brano
prende corpo quindi attraverso una fase di gestazione abbastanza lunga.
Questa fase viene svolta fondamentalmente da me, sia dal punto di vista
musicale che dei testi. Poi inizia il vero e proprio lavoro di confronto
e di costruzione che nasce spontaneamente durante le prove, momento
importantissimo e che sfruttiamo al meglio proprio per l’affiatamento
che abbiamo raggiunto suonando da venti anni insieme.
In generale l’aspetto compositivo è sempre problematico e, al tempo,
coinvolgente. Ritengo che in assoluto sia il momento più importante e
gratificante dell’intero processo creativo.
Gli Arpia e la dimensione live, come vi trovate in concerto?
In concerto abbiamo spesso optato per varie formule che facessero
interagire il momento musicale con quello visivo. Nell’ultima fase
abbiamo però riscoperto la forma concerto pura e abbiamo sperimentato
questa dimensione per un paio di anni proprio in coincidenza con
l’apertura del gruppo alle collaborazioni esterne. Questo è stato
fondamentale per dare linfa e nutrimento in una fase critica e di
ripiegamento.
Come giudicate la scena musicale romana e quella italiana in
generale?
Non posso dare una risposta attendibile. Posso dire di non conoscere la
musica italiana in modo adeguato. Siamo un gruppo molto chiuso al
proprio interno e – per pigrizia o per timidezza – non abbiamo
frequentato in modo assiduo la scena musicale romana. Quello che però
avverto è un certo risveglio del valore creativo e “artistico” della
musica, con una tendenza più generale a riscoprire la storia italiana
del rock a partire dal discrimine e il crogiolo degli anni Settanta.
Tutto ciò non può che farmi piacere, non per un attaccamento fideistico
a quegli anni e alle loro forme musicali, ma perché quello è stato –
effettivamente – l’ultimo periodo di ricerca e di sperimentazione
all’interno della musica rock o pop.
Siete attivi dal 1984, quindi siete passati attraverso oltre venti
anni di musica, differenze sostanziali tra gli anni ottanta ed oggi?
Ricordo essenzialmente che gli anni Ottanta sono stati anni di coda del
movimento di cui eravamo orfani. Ancora si tentava di arginare un
fenomeno ormai inarrestabile che dal “disimpegno” partiva per
distruggere tutti gli stadi raggiunti dalla ricerca seventies. In quel
periodo eravamo più presenti nel panorama romano e la solidarietà e
collaborazione tra le varie band e le radio che resistevano dando ancora
supporto ai tentativi creativi originali mantenevano un circuito valido
e positivo. Ai concerti si andava per ascoltare le nuove proposte di chi
suonava nelle cantine e c’era spazio per tutti. Dall’85 in poi le cose
sono notevolmente peggiorate fino ad arrivare allo sfacelo dei Novanta
in cui hanno fatto la loro comparsa i network, le cover band e i tributi
(un tributo alla morte creativa, mi sembra).

Il vostro disco è distribuito dalla Andromeda Relix, come è lavorare
con quel "genio" di Gianni Della Cioppa?
Gianni Della Cioppa lo abbiamo conosciuto nella seconda metà degli anni
Ottanta in un giro di interviste che facemmo tra il Veneto la Lombardia
per la promozione di Resurrezione e Metamorfosi, lavoro a cui è ancora
molto affezionato. E’ sempre stato una fucina di idee e un amico che non
molla mai.
Di persone come lui c’è veramente tanto bisogno per cercare di dare
spazio alle realtà più vive della musica italiana.
Progetti per il futuro, altri dieci anni per un nuovo lavoro?
No, decisamente. Credo proprio che entro il 2007 faremo uscire un altro
lavoro e spero proprio di poter continuare a lavorare sia con Gianni che
con la persona che ha più creduto in noi in tutti questi anni: Loris
Furlan della Lizard.
Nel ringraziarvi per la cortese disponibilità e facendovi ancora i
complimenti per la vostra ultima fatica, lascio a voi la conclusione
dell’intervista.
I ringraziamenti vanno a te e alla redazione di Metal-Zone per la
sensibilità e lo spazio che avete voluto darci, spazio che è molto
importante per un gruppo “difficile” come il nostro. Un saluto inoltre a
tutti i lettori di Metal-Zone sperando di poterci incontrare in
occasione di qualche nostro concerto in giro per l’Italia. |